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24 Gen

Simple minds: “New gold dream”

Come molti altri accadimenti, o persone, che conoscerete seguendo questo blog (concerto di Bob Dylan, film Local Hero, e molto altro in arrivo……) anche l’album “New gold dream” dei Simple Minds entrò di prepotenza nella mia vita durante l’anno 1984. Questa era una delle tre musicassette (BASF, rigorosamente non originali) che avevo con me a Milano durante il servizio militare: alla sera, sotto le coperte, cercavo disperatamente di riuscire ad ascoltarle, dentro una camerata popolata da 40 estranei, che proprio tutto facevano, tranne che stare in silenzio.

Edito dalla Virgin Records nel settembre 1982, “New gold dream” fu il quinto album del gruppo, composto e suonato da quella che, a mio parere, rimane di gran lunga la migliore line-up di tutti i tempi: Jim Kerr – voce, Charles Burchill – chitarre, Derek Forbes – basso, Michael McNeil – tastiere e Mel Gaynor – batteria.

Strutturato su nove tracce, inequivocabilmente legate tra loro da una particolare magìa sonora, il disco rivelò elementi innovativi che proiettarono immediatamente i Simple Minds nell’olimpo dei big della musica mondiale degli anni ‘80. “New Gold Dream” è da molti (e anche dal sottoscritto) considerato il punto più alto raggiunto dal gruppo in carriera, ed è stato spesso eletto come capolavoro assoluto della corrente New Wave.  Melodie magistrali e perfettamente strutturate sono alla base di questa opera: solo tramite esse, i giovani scozzesi riuscirono a rendere accessibili partiture che altrimenti sarebbero risultate eccessive. E proprio questo sembra essere uno dei segreti di questo nuovo sogno dorato.

 

Il disco inizia immediatamente a livello stratosferico, con una onirica “Someone Somewhere in the Summertime“ (voto 4/5), che mette subito in tavola gli assi vincenti, e non a caso, è uno dei pezzi più amati. Le tastiere, insieme alla voce di Jim Kerr, la fanno da padrone, attribuendo al pezzo una carica emotiva che difficilmente vi lascerà indifferenti

Il brano seguente, con la medesima, altissima qualità, è “Colours fly and Catherine wheel” (voto 4/5), che si muove su coordinate simili, con il suono del basso che vi farà letteralmente uscire di testa (godetevi qui sotto lo straordinario Derek Forbes giocare, proprio su questo pezzo) e l’ugola baritonale di Kerr che scartavetra l’alone malinconico delle tessiture di tastiera. Brano da giramenti di testa

Andiamo avanti, e, con “Promised you a miracle” (voto 3/5) i ragazzi ci lasciano respirare qualche minuto, con i toni che si colorano, lasciando spazio a una matrice più rock, con una base ritmica piena e calda. Nella parte conclusiva vi è la vetta della canzone, quando si scatenano delle ossessive percussioni, seguite da un efficacissimo slap di basso e da chitarre sintetizzate che, affiancate alle solite tastiere sognanti, liberano un assolo vocale tutto da ricordare.

Il brano numero quattro è la strepitosa Big Sleep” (voto 5+/5). La melodia fa qualche riferimento alla darkwave più tenue, e mi ricorda una lancinante ballata che, nel suo incedere (la chitarra basso è ancora una volta impareggiabile), sembra quasi voler ipnotizzarti e lasciarti riposare, come da titolo, in un sonno grigio e profondo.

“Somebody up there likes you” (voto 3/5) è una canzone perfetta per mettere in vetrina le doti tecniche impressionanti che la band esprime, e nei suoi minuti cerca di tenere l’ascoltatore ancorato ad una attenzione sempre maggiore alle atmosfere generali, forse in preparazione dell’imminente inizio della title track.

Ed eccola, “New gold dream” (voto 5/5), ennesimo capolavoro, perfetta, frizzante, ma allo stesso tempo delicata. Le tastiere e i sintetizzatori,   sempre diretti e decisivi nella loro efficacia, si incastrano con il basso e la batteria, che pressano senza sosta gli spazi lasciati liberi dalla voce profondissima di Jim Kerr. Anche in questo caso, non esistono parole per descrivere questo sogno d’oro, e l’unico modo per poter vivere un’esperienza del genere è quello di abbandonarsi alla musica, di lasciarsi trasportare in un altro mondo.

 

Arriva “Glittering prize” (voto 3/5) , pezzo numero sette, che non sfigura affatto con i precedenti, e, nella mia mente, rappresenta da anni un preliminare (in effetti molto godurioso) di ciò che sta per arrivare, un preparativo per un altro momento magico.

Al numero otto, infatti, ascoltiamo, con religiosa attenzione, “Hunter and the haunted” (voto 5+/5), che alimenta a dismisura nella mente e nelle vene il fuoco magico di questo incredibile viaggio. Non mi vergogno di affermare che, normalmente, dopo tutte queste emozioni, arrivo a questo pezzo con gli occhi lucidi. E la parte finale della canzone, permeata da un assolo sensazionale di Herbie Hancock, mi da ogni volta il colpo di grazia. E questo accade, invariabilmente, ormai da molti anni.

 

Eccoci arrivati, purtroppo, alla conclusione del disco, e, ormai ipnotizzati, ci apprestiamo all’ascolto dell’ultima, emozionante canzone. “King is white and in the crowd” (voto 3/5) è la canzone più lunga di questo eccezionale album, e, a mio parere, lascia l’ascoltatore frastornato, in uno stato ondeggiante tra stupore e meraviglia, per ciò che ha ascoltato negli ultimi 45 minuti.

 

Non mi sorprenderei se, terminato l’ascolto, voi premeste nuovamente il tasto “play”, per ripartire da capo: certamente scoprireste angoli semibui che non avevate notato, ascoltereste note diverse e, soprattutto, vivreste nuove, entusiasmanti, emozioni.

 

E, vi garantisco, questo accadrà per i prossimi cento ascolti.

Questo album (del quale andrebbe reso obbligatorio l’ascolto nelle scuole) ha la capacità di non essere mai noioso.   E’ in grado di toccare sempre le corde giuste: vi trasporterà in una dimensione indimenticabile.

 

Una cometa splendente, nell’Universo musicale degli anni ’80.

Imponiamone lo studio nelle scuole.

Con ostinazione mi arrocco culturalmente in zona mediana, disorientato tra Shakespeare e Antonio de Curtis, risolvendo il dubbio amletico “essere, o non essere” con un perentorio “modestamente, io essi”.

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