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16 Mag

E’ caduta la montagna

Dritta e cattiva, quella maledetta pioggia crollava giù da tantissime ore, come sembra che solo a Genova possa avvenire. E, chissà perché, sembrava volersi accanire in una insensata battaglia contro tutto e tutti, portatrice di sole sconfitte. Durante la lunga notte, i tuoni avevano impietrito nei letti le anime più delicate, e i fulmini avevano illuminato le camere come fuochi artificiali, attraverso le fessure delle persiane che colavano acqua. Adesso in tanti osservavano da dietro i vetri appannati i rivoli torbidi e odorosi che si infilavano guizzanti nei tombini, e sorridevano, indicando con il dito coloro che, con il bavero rialzato e l’ombrello in mano, affondavano le scarpe nelle grandi pozzanghere apparse in strada.

La luce in strada era flebile come una candela, spenta da una incombente coltre di nuvole nere e basse, che sfiguravano i contorni del mondo nelle angoscianti tonalità del grigio. Nonostante le preghiere di tutti, il giorno non era ancora riuscito a mostrare il proprio aspetto, trasformandosi solo in un’appendice monotona di una interminabile notte. Attraverso i vetri, quella sera anche mia mamma Lida scrutava nella pioggia, nella speranza di veder arrancare in salita il camion di mio padre, al ritorno dal lavoro. Io alternavo i minuti passati con lei alla finestra a quelli passati in impegnative battaglie di soldatini, attorno al forte Apache che era stato da lei posizionato al centro di una vecchia coperta marrone stesa a terra.

Dopo una sfibrante giornata faticata sotto l’uragano, mio padre finalmente arrivò, ed entrò in casa, bagnato come un pulcino. Erano quasi le ore 18, di quel 21 marzo 1968, e qualcosa di drammatico e invisibile permeava l’aria umida. Probabilmente il fiuto di un cane lo avrebbe percepito, ma i miei genitori pensarono solo che finalmente eravamo tutti insieme, raccolti nella sicurezza del nostro appartamento..

Quello stesso pomeriggio, a soli 150 metri dal mio piccolo Forte Apache, alcune persone seguirono dalle finestre il precipitare di improvvise cascate d’acqua dalla montagna che sovrastava minacciosa il loro palazzo, esattamente quello di Via Digione numero 8. Impotenti ed increduli, videro con sgomento che le cascate d’acqua avevano presto incluso alcune piccole pietre. In seguito osservarono che le pietre che rotolavano verso di loro erano gradatamente diventate più grandi. Quelle persone stettero lì, ad osservare dalle finestre, fiduciosi nella clemenza del destino. Attesero con timore, fin quando, al momento prefissato dal grande schema, l’Apocalisse giunse puntuale, tagliente e letale come la lama di un bisturi nelle mani di un insicuro e tremante chirurgo.

Transitò veloce un’ambulanza, su per Via Venezia e mia mamma, come faceva sempre, si affrettò per osservarla dalla finestra, senza riuscirci. Pioveva ancora a dirotto, e i tuoni e i fulmini continuavano la loro ritmica opera di erosione dei nervi e dei morali. Passò un’altra ambulanza, e, subito dopo, un camion dei pompieri. Poi nella pioggia sfrecciò la polizia, quindi un’altra ambulanza, e poi altri camion dei pompieri. Tutti a sirene spiegate, tutti che correvano forte, in salita, ma noi non sapevamo di preciso dove si sarebbero fermati. La nostra finestra ora era spalancata, e li guardavamo passare uno dietro l’altro, mentre la pioggia picchiava forte sul davanzale, e tentava di introdursi anche in casa.

I miei genitori intuirono che fosse accaduto qualcosa di grave, quindi salirono e poi scesero le scale di un piano, per scoprire se i vicini di sopra o quelli di sotto avessero notizie, magari grazie al passaparola di chi fosse transitato sul posto, finché qualcuno con la voce tremante disse loro “è caduta la montagna, proprio questa qui, dietro di noi: questa qui in Via Digione”.

Il palazzo dove abitavamo era sovrastato da due piccole montagne, sulle quali erano stati costruiti altri edifici, che erano talmente alti da lasciarci solo un piccolo spicchio di cielo da scoprire. Era una situazione molto simile a quella di Via Digione, perché quasi tutto il nostro quartiere era stato disordinatamente tirato su in quel modo:  tanti grandi palazzi arrampicati in equilibrio sulle colline, che, dall’alto, sovrastano altri palazzi. I miei genitori osservarono le colline con timore, e videro acqua cadere, ma, fortunatamente, nessuna pietra.

A quell’ora ormai le strade del quartiere erano intasate, le sirene urlavano in continuazione, e le luci blu dei soccorritori avevano sostituito le tonalità di grigio, e davano molto fastidio agli occhi. Increduli e spaventati, i miei mi presero in braccio, e, per allontanarsi da casa e cercare rassicurazioni dalle autorità, si incamminarono sotto la pioggia torrenziale, verso il luogo del disastro. Il crollo era vero, ed erano veri anche i morti allineati sotto le cerate verdi. I Vigili del fuoco scavavano con le mani, e si udivano le grida disperate di coloro che, sepolti sotto le macerie, imploravano per essere salvati. Mia madre Lida, che era già in dolce attesa dell’arrivo di mia sorella, dopo qualche minuto iniziò a piangere a dirotto: mio padre la prese sottobraccio, e fecero ritorno a casa.

Quella sera sotto le macerie e sotto la pioggia si spensero 19 vite del mio quartiere. Erano quasi tutte donne e bambini: udirono e videro violentare le loro case da una immensa lastra di roccia, che misurava almeno 50 metri per lato. La lastra colpì malignamente la base dell’edificio, penetrandovi profondamente come una lama arroventata nel burro, e provocando il crollo immediato di un’intera ala, composta da 34 appartamenti: intere famiglie furono sterminate nel tempo di un battito di ciglia.

Vi risparmio qui l’inutile quantità di dati tecnici e di risultanze geologiche che vennero prodotte dalle numerose commissioni di inchiesta, che indagarono anche su palazzi limitrofi edificati in condizioni simili, tra i quali non escludo ci fosse anche il nostro. E non intendo addentrarmi nel merito delle cause penali e civili, che si protrassero per decenni, e delle scandalose sentenze che partorirono: il verdetto penale, deliberato in conseguenza di migliaia di cavilli tecnico-giuridici, fu di assoluzione degli imputati per non aver commesso il fatto, mentre quello civile si concluse solo negli anni ’80, e senza alcun risarcimento: dopo lo sfollamento e il sequestro, i proprietari degli appartamenti poterono ristrutturarli solo dopo molti anni, e a proprie spese.

Non fu colpa di nessuno, quindi. Fu considerata una tragica fatalità: fu colpa esclusivamente della pioggia crudele.

Alcune brevi considerazioni su quel palazzo, ultimato nel 1931 a ridosso della montagna, però è doveroso scriverle. Quella che abbiamo finora chiamato montagna è la cosiddetta Collina degli Angeli, che anticamente arrivava fino al mare, in prossimità della Lanterna di Genova. Fin dall’ottocento, il lungo promontorio venne modificato innumerevoli volte, e in alcune sue sezioni, utilizzato come cava, per reperire materiale da costruzione. Gran parte del quartiere popolare di San Teodoro, dove io sono nato, venne disordinatamente costruito proprio a ridosso di questo promontorio, e sovente occupando gli spazi lasciati liberi dalle cave ormai dismesse.

Una di queste cave, appunto quella di Via Digione, venne dichiarata non edificabile nel 1929, ma quando ormai il tragico edificio era stato pressoché terminato. Inoltre, sulla sommità della cava dismessa vennero approntati alcuni vivai, con i relativi impianti di irrigazione, che generarono delle profonde infiltrazioni. Come se non fosse bastato, alla base della cava vennero scavati in tempo di guerra alcuni rifugi antiaerei. Credo quindi che esistessero alcuni lievi indizi, per intuire il pericolo che incombeva su quelle povere famiglie, dimostrati anche dalle numerose microfrane che si verificarono costantemente, nel corso degli anni.

Dopo la tragedia, il palazzo di Via Digione 8 rimase per lungo tempo sequestrato, abbandonato e recintato, ma noi, i ragazzi del quartiere, penetrammo anche lì, e ricordo bene che una volta salimmo fino all’ultimo piano, con il cuore che ci batteva forte. Come vi ho raccontato nell’articolo che trovate qui, i posti considerati pericolosi, o che erano stati teatro di storie drammatiche rappresentavano per noi un’attrazione.

Attualmente, vicino al palazzo ormai ristrutturato e nuovamente abitato (la montagna c’è sempre ed hanno eretto un muraglione di protezione, sebbene nel 2014 sia nuovamente precipitato un grosso macigno) esistono i giardini “21 marzo 1968”, inaugurati per commemorare le vittime di quella sera tempestosa. Quando riesco a tornare nel mio amato quartiere, ci passo immancabilmente, e faccio una sosta.

Abitavamo a soli 150 metri di distanza, ma la mia famiglia e quella famiglia non si conoscevano: forse non si erano nemmeno mai incontrate al mercato del quartiere. Erano il signor Francesco, sua moglie Giuseppina e i loro tre bambini. Mario aveva 12 anni, il suo fratellino Marco ne aveva solo 2 e la loro sorellina Lucia ne aveva solo 7. Quella maledetta sera forse anche loro stavano giocando per scacciare la paura dei tuoni e dei fulmini. Forse il piccolo era nella culla e la bimba di 7 anni pettinava una bambola. E forse Mario, il figlio più grande, guardava spaventato la pioggia dalla finestra, e poi tornava ad un Forte Apache simile al mio, e anche lui faceva vincere gli indiani.

Qui sotto inserisco un’immagine satellitare che potete ingrandire, di una parte del popolare quartiere genovese di San Teodoro. Si vede molto bene lo sviluppo, da destra a sinistra, di ciò che rimane del Promontorio degli Angeli (indicato con la freccia gialla), si individua il civico di Via Digione 8, protetto dal nuovo muraglione (freccia rossa), e, nella parte terminale del promontorio, il palazzo (freccia blu) dove abitava la mia famiglia, sovrastato da altri palazzi, soprattutto da quello molto alto, a sinistra.

6 Commenti
  • ???

    Giusto 100 metri in linea d’aria oltre casa tua all’epoca abitavo io, via Venezia 16. Ma lo sai che leggendo mi sembra di sentire il suono delle ambulanze ed il rumore del crollo ?
    Grande fre, avanti così
    ???

    17 Maggio 2020 at 10:04 Rispondi
  • Stefano Manfredi

    Bravo, molto interessante il punto di vista di un testimone.

    17 Maggio 2020 at 13:07 Rispondi
  • Rossana

    Grande Stefano. Scrivi col cuore..Io abitavo nel palazzo accanto. Ci hanno obbligato a lasciare la nostra casa. Per un mese siamo stati nell’albergo Zurigo. Ricordo benissimo quel periodo. Non siamo più rientrati nella nostra casa. Mamma e papà avevano troppa paura a tornare a vivere in quel palazzo solito quella montagna maledetta. Siamo andati a vivere in Via Ferrara……..

    17 Maggio 2020 at 14:11 Rispondi

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