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28 Feb

Ulay e Marina, vite al limite

La sorpresa mondiale avvenne nel 2010 (non perdetevi il video, qui sotto), ma la storia era iniziata molti anni prima.

La loro folle collaborazione e la loro lunga storia d’amore sembravano giunte al termine, dopo che, insieme, avevano iniziato a sconvolgere il mondo dell’arte contemporanea, viaggiando e vivendo per cinque anni dentro ad un furgone che chiamavano casa.  Nel 1988 Ulay e la sua compagna Marina Abramovic decisero, in onore alla loro carriera di “Art Performers”, che il loro addio avrebbe dovuto essere simbolicamente indimenticabile.

Decisero che lui sarebbe partito dal deserto dei Gobi, mentre lei sarebbe contemporaneamente partita dal Mar Giallo, per incontrarsi a metà strada, dopo aver camminato per 2500 chilometri in solitaria sulla muraglia cinese. Tutto questo per abbracciarsi per l’ultima volta, e dirsi addio per sempre. Così fecero, puntualmente, sotto i riflettori della stampa mondiale, che li attendeva all’appuntamento.

Frank Uwe Laysiepen (in arte Ulay, che deriva dalle iniziali del cognome) nato a Solingen, in Germania nel 1943 e Marina Abramovic, nata a Belgrado (Jugoslavia, all’epoca) nel 1946, si erano conosciuti ad Amsterdam nel 1976, formando un duo artistico chiamato “The other”, ed avevano iniziato a collaborare artisticamente, sempre sul confine tra la sperimentazione e la follia. In qualche caso mettendo a dura prova i loro stessi corpi, e, spesso anche lo spirito di sopportazione di coloro che assistevano alle performance.

Nell’opera “Imponderabilia” ad esempio, erano entrambi in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consentiva l’ingresso nella galleria. Chi voleva entrare era costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo, con evidente imbarazzo, se rivolgersi verso il lato del nudo maschile, o verso quello del nudo femminile. Oppure sorpresero con “City of Angels”, un video sperimentale prodotto per la televisione belga. Ambientato in Tailandia, vedeva la presenza di soli interpreti thailandesi, era completamente privo di narrazione fuori campo, con un parlato esclusivamente in lingua thailandese. Secondo loro intendeva rappresentare la bellezza del luogo, e delle sue rovine. Anche con “Death self” riuscirono a strabiliare il pubblico: Ulay e Marina unirono le labbra, respirando solo aria comune, fin quando terminò l’ossigeno loro a disposizione e caddero a terra, privi di sensi.

Dopo 12 anni di tali scorribande “artistiche”, i due decisero, con l’appuntamento sulla Grande Muraglia, di seguire strade personali ed artistiche separate.

Ulay rimase schivo e rigoroso nel suo lavoro di ricerca, molto introspettivo, sperimentale, sempre eccessivo (si cucì pubblicamente le labbra e si tagliò il corpo più volte), e poco propenso allo spettacolo. Rimase quasi completamente disinteressato allo show business.

Marina invece scelse una via più “pop”, diventando un’icona (anche molto imitata) dell’arte moderna. Collaborò, tra gli altri, anche con Yoko Ono e Lady Gaga.

Ben 22 anni dopo il loro addio, fu di nuovo l’arte a metterli uno di fronte all’altra.

Accadde nel 2010, durante la performance “The Artist is Present”. Per la performance, la Abramović trascorse 716 ore seduta al MoMa davanti a una sedia vuota, dove i visitatori potevano sedersi, e cercare di sostenere il suo sguardo per qualche minuto. Il tutto doveva avvenire senza parole, senza cenni, senza mostrare emozioni.

Molti di quelli che si erano seduti davanti a lei piansero, qualcuno addirittura si alzò e corse via.  Ma, a sorpresa, arrivò Ulay, e si sedette. Ecco il video:

Cosa mi piace particolarmente, in questo video ? Che cosa mi ha colpito ? Beh, la prima risposta è proprio lui: ULAY. Lui, che ha tentato di mantenere la sua integrità artistica, si presenta, in jeans e scarpe da ginnastica, con uno sguardo brillante di bellezza, ma modesto, umile, forse emozionato, all’incontro con l’elegante Marina, che nel frattempo, è diventata una ricca superstar.

 

 

Nonostante gli anni siano passati, lo sguardo di ULAY è, secondo me, magnetico e profondo (lo vedete nel video). In seconda battuta, è bello vedere come Marina, l’algida performer abituata a tutto, cambi espressione, quando lo vede. Fino a cedere alle lacrime, e tendere una mano, cercando il contatto fisico.

 

Infine, dulcis in fundo, trovo bellissima la canzone che accompagna questo video: il pezzo si intitola “Ulay, oh“, ed è eseguito da un gruppo americano (piuttosto misterioso) che si chiama “How I became the bomb“. Il gruppo, formato a Nashville da Jon Burr (voce), Russell Hanberry (chitarra), Adam Richardson (tastiere), Andy Spore (batteria) e Eli Beaird (basso) compose il pezzo in onore all’incontro tra Marina e Ulay, ed il conseguente video è stato cliccato più di 10.000.000 di volte, nel mondo. Un video virale, che fece debuttare la canzone direttamente al numero 58 delle classifiche americane.

Con ostinazione mi arrocco culturalmente in zona mediana, disorientato tra Shakespeare e Antonio de Curtis, risolvendo il dubbio amletico “essere, o non essere” con un perentorio “modestamente, io essi”.

6 Commenti
  • Lauretta

    questa storia è stupenda 💓
    lei la conoscevo un po’.. come spesso accade , ci regali emozioni. Grazie Ste..

    16 maggio 2018 at 18:34 Rispondi
  • clarissa casteldaccia

    Ciao qualcosa di simile l’ho sognata proprio stanotte.

    17 maggio 2018 at 11:11 Rispondi
  • clarissa casteldaccia

    Se queste sono le premesse, penso proprio che il tuo blog mi piacerà.

    17 maggio 2018 at 11:34 Rispondi

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