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1 Giu

Verso il tramonto

Avevo promesso a me stesso che un giorno avrei dormito lassù, da solo. In una bella sera d’agosto, dopo aver piazzato la tenda da campeggio, avrei ammirato il tramonto e il cielo stellato, e poi avrei trascorso la notte lì, ascoltando i rumori del bosco. Il mattino dopo avrei puntato la sveglia, e nel freddo mi sarei lasciato ammaliare dal risorgere del sole, e della vita. Che stupido sognatore: ormai ho vissuto oltre mezzo secolo, ho male alla schiena e alle gambe, e non riuscirei a piantare i picchetti della tenda nemmeno inforcando gli occhiali. Mi addolora ammetterlo, ma inizio a temere che questa sia una delle tante promesse vane che non sarò in grado di mantenere a me stesso.

Quello è un posto che ha sempre avuto qualcosa di magico, ai miei occhi. Difficile da conquistare, e per questo affascinante, ma che ti regala una grande serenità, e una bella sensazione di appagamento. Un isolato regno per animali e non per esseri umani, nascosto a distanza di sicurezza dal frastuono e dai disturbi di questo mondo assurdo e frenetico, nel quale, mio malgrado, sguazzo ogni giorno, come un maiale imprigionato in un recinto.

Mi ci condussero per la prima volta i miei genitori, tanti anni fa. Mia madre Lida, la “Diddi” per gli amici, mi stringeva la mano, e con l’altra portava la pesante borsa frigo, dotazione obbligatoria per chi non poteva permettersi spese superflue. Mio padre Renzo portava sulle spalle la mia sorellina Ileana, e tutti insieme scalavamo la montagna, per arrivare in vetta. Ogni tanto mi si dava un po’ di guinzaglio, ma se andavo troppo avanti e mi perdevano di vista, venivo richiamato con un urlo, e tornavo indietro di corsa, per poi ricominciare a salire come una trottola, senza sentire la stanchezza.

Nel tempo libero eravamo quasi sempre a contatto con la natura, perché i miei genitori avevano una forza fisica invidiabile, e soprattutto un’ammirevole costanza, nell’intraprendere quelle escursioni così impegnative, pur avendo due figli ancora piccoli.

Erano altri tempi, è vero. Probabilmente né migliori, né peggiori di quelli che viviamo adesso, e non voglio pensare che oggi tutto sia negativo. Erano tempi molto diversi, tutto qui. Non avevamo internet, i cellulari, i navigatori, i tablet, le console o i televisori grandi come la parete. Alla domenica si mangiava tutti insieme, sempre alla stessa ora, e il menu del giorno festivo era migliore di quello feriale: si mangiava la pasta fresca, la carne, e il dolce. Poi si usciva, e si faceva una scampagnata.

Magari ci si muoveva solo di pochi chilometri, e sempre in maniera poco costosa. Il Monte Fasce, la Madonna della Guardia, il Santuario del Gazzo, la Castagnola e la Val d’Aveto erano all’epoca le mete preferite dai miei genitori. Mia mamma preparava i panini per la merenda (quelli con pane, burro e zucchero erano molto gettonati) e mio padre si portava la radiolina, che teneva accesa nel pomeriggio, per ascoltare i risultati delle partite di calcio, e controllare se aveva fatto il tredici alla schedina. Noi giocavamo, lui ascoltava la radiolina, e mia mamma prendeva il sole, controllando i figli, tutto qui.

Tornando a quel giorno, presumibilmente un giorno del 1971 o del 1972, dopo circa quattro ore di salita, e dopo aver attraversato zone boschive e rocciose, raggiungemmo finalmente la vetta del Monte Penna, a 1735 metri. Una statua della Madonna ed una piccola cappella in pietra accolgono coloro che sono riusciti nell’impresa. Il panorama che si ammira da questa vetta è indimenticabile.

Da lassù, nelle giornate terse, è addirittura possibile vedere il massiccio del Monviso, e individuare le coste della Corsica.

Aprimmo la tovaglia e pranzammo sotto il sole. Come potete immaginare, adesso sarei disposto a pagare molti soldi, per un rito così semplice. Nel pomeriggio mio padre, in braghette corte, tirò fuori la sua macchinetta fotografica e scattò alcune belle fotografie, una delle quali ritraeva me e mia sorella. Quindi affidò la macchina fotografica a qualcuno, che immortalò tutta la famiglia alla base del monumento.

Prima che facesse buio, tornammo alla macchina, e quindi a casa. Il giorno seguente, mio padre sarebbe ripartito con il camion, io sarei andato a scuola, e mia mamma avrebbe accudito la mia sorellina. Era una vita semplice, che rimpiango molto, fatta di piccole, grandi cose.

Ormai adulto, sono tornato alcune volte sulla Vetta del Monte Penna, soprattutto in estate, e una volta anche durante una giornata molto fredda, e con un po’ di neve: venne buio molto presto, e tornare all’automobile fu un bel problema.

Credo che si tratti di un posto magnifico, e che se un parco come quello della Val d’Aveto fosse situato negli Stati Uniti, sarebbe famoso nel mondo.

Dopo la gita che vi ho raccontato, la mia famiglia passò in quelle valli molte giornate, che furono importanti anche per la mia crescita. Durante le vacanze estive, mia sorella Ileana si ferì gravemente in bicicletta, e imparai a correre portando qualcuno in braccio. Imparai anche a pescare, a suonare le campane, a perdermi nei boschi, a mungere, a prendere la polmonite, a giocare a pallone, a fare il burro, a riconoscere i funghi, a evitare le vipere, a rubare la frutta e altri mille milioni di cose.

Ma queste sono altre storie di adolescenza, che forse un giorno vi racconterò qui.

O magari vi racconterò che ci ho dormito, finalmente, sulla Vetta del Monte Penna. Naturalmente dopo essermi tanto emozionato per il tramonto, che a me fa sempre quell’effetto, come nei film.

Oppure per quel cielo infinito che, guarda caso, sembrava proprio uguale a quello di 49 anni fa.

2 Commenti
  • ???

    C’è tempo per vedere il tramonto, dobbiamo fare ancora un mucchio di cose. Dico “dobbiamo “ perché anche per me le “giornate “ si stanno accorciando e di cose da fare ne rimangono ancora un po’
    Grazie fre, avanti così

    1 Giugno 2020 at 13:20 Rispondi

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