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23 Mag

1973: Nel tempio della “Noble Art”

C’era un odore particolare, per me indimenticabile, in quel posto. Odore di unguenti, che mi ricordava le medicine, mischiato a quello della gomma. Il tutto miscelato e sovrastato da quello, inconfondibile e penetrante, del sudore. Quel giorno del 1973 eravamo entrati in una grande palestra, ma era veramente riduttivo chiamarla così: in realtà eravamo stati ammessi nel tempio della famosa scuderia di pugilato allora sponsorizzata dalla Fernet Branca, diretta dal leggendario manager Rocco Agostino, in Via Cagliari, a Genova. Io, che ero ancora un bambino, mio padre e mio zio Sergio, eravamo lì per osservare, in silenzio e con discrezione, l’allenamento del giovane pugile sardo Giancarlo Usai.

L’organizzatore della giornata era stato mio zio Sergio, il quale viveva spesso grandi passioni in maniera coinvolgente. Per un certo periodo, ad esempio, egli coltivò la passione dell’autodifesa con bastone, una disciplina orientale che credo si chiami KALI. Ricordo che spesso faceva per noi delle dimostrazioni, anche nella sala di casa sua, roteando il bastone molto velocemente, ed io lo guardavo con sincera ammirazione. La sua aura da eterno ragazzo colmo di entusiasmo mi affascinava enormemente. All’epoca mi insegnò un pò di KALI, ed io imparai qualche mossa. Un giorno mi fece fare qualche tentativo con i Nunchaku (la coppia di bastoni corti, con la catena), che lui maneggiava abbastanza bene, e io me li picchiai forte su una mano, auto-infliggendomi un dolore che all’epoca mi parve intollerabile. Ricordo bene che per un periodo si appassionò anche allo sport della box francese, chiamata Savate, oltre che alla boxe tradizionale. E, essendo appassionato di questa disciplina, divenne grande amico (una sorta di fratello maggiore, in realtà) di Giancarlo Usai. Lo zio Sergio era anche perennemente e profondamente innamorato di tutto ciò che riguardava il mare in tutte le sue forme, e questo me lo rende ancora oggi molto vicino.

Tornando ad Usai, egli, nato a Carbonia il 14 giugno del 1950, cercava di crearsi una carriera con Rocco Agostino, e quel giorno si stava preparando al meglio per il match che avrebbe combattuto il 9 giugno 1973 contro il francese Jacques Mamane (noi tutti assistemmo al match, e Giancarlo vinse per K.O. tecnico). Rocco Agostino, il manager della Fernet Branca, era già all’epoca uno dei più grandi personaggi della boxe italiana, una autentica leggenda del ring, e anche del bordo ring. I suoi più importanti risultati sportivi erano in quel momento legati indissolubilmente al nome di Bruno Arcari, che era diventato Campione del Mondo 3 anni prima, nel 1970.

Quel giorno del 1973, in quel tempio dedicato alla “Noble Art”, si trovavano, straordinariamente, tutti insieme: il Campione del Mondo in carica Bruno Arcari, la leggenda della boxe Rocco Agostino, il pugile in rampa di lancio Giancarlo Usai e anche il pugile ligure Aldo Traversaro, che quell’anno sarebbe diventato Campione Italiano. E c’ero anche io, con il mio papà e mio zio, a guardare l’allenamento di Giancarlo. All’epoca non esistevano i selfie, e, a un certo punto, non ricordo bene da parte di chi, partì la richiesta delle dediche per il bambino: feci incetta senza vergogna delle cartoline autografate, che vedete qui.

 

Aldo Traversaro

Bruno Arcari

Giancarlo Usai

 

Bruno Arcari era divenuto Campione d’Europa a Vienna nel 1968 combattendo contro Johann Orsolics, aveva difeso il titolo quattro volte, ed era diventato Campione del Mondo a Roma nel 1970 contro il filippino Pedro Adigue. Difese il titolo per ben nove volte, fin quando, imbattuto, nel 1974 lo lasciò vacante, per passare ad una categoria superiore (welter). Nel 1993 gli venne riconosciuto l’onore del WBC Century’s Champion, un prestigioso riconoscimento, ricevuto anche da Josè Napoles, Carlos Monzón e Cassius Clay/Muhammad Ali.

Aldo Traversaro diventò campione italiano a Chiavari, nell’agosto 1973, contro Domenico Adinolfi, e tentò la scalata al Titolo Europeo, a Milano, nell’ottobre 1976. Fu sconfitto dal croato Mate Parlov, ma in seguito conquistò il titolo, a Genova, nel novembre 1977, contro il giamaicano Bunny Johnson. Difese il titolo molte volte, e tentò anche la scalata al Titolo Mondiale, a Philadelphia, nel Dicembre del 1978, risultando purtroppo perdente, contro l’americano Mike Rossman. Tre mesi dopo, a Rotterdam, nel marzo 1979, perse anche il Titolo Europeo, ad opera dell’olandese Rudy Koopmans.

Anche le carriera del nostro amico Giancarlo Usai ebbe importanti sviluppi, seguiti assiduamente da mio zio, e, saltuariamente, dalla mia famiglia. Nel dicembre 1974, a Milano, conquistò il titolo di Campione Italiano contro Enzo Pizzoni, e quella sera i miei genitori, insieme a mio zio Sergio e sua moglie Anna, a Giancarlo, a Rocco Agostino, a Bruno Arcari e al grande Duilio Loi (altro campione Europeo e Mondiale) festeggiarono il titolo, con una cena nella capitale lombarda, mentre io ero a casa, a giocare con i soldatini. 

Negli anni a seguire purtroppo Usai perse malamente tre tentativi per il titolo europeo: il primo a Cagliari nel luglio 1975, contro il britannico Ken Buchanan, il secondo a Bilbao nel novembre 1976, contro lo spagnolo Perico Fernandez, ed infine il terzo nel giugno 1980, ancora in Spagna, a Tarrasa, contro lo spagnolo Francisco Leon. Dopo aver difeso molte volte il titolo italiano, a soli quattro mesi da quella sconfitta, Usai purtroppo perse anche quello, a Cagliari, nell’ottobre del 1980, ad opera di Lucio Cusma, e decise di ritirarsi.

 

 

Molti anni dopo, lessi casualmente un quotidiano genovese che, sotto il grande titolo ad effetto “Ma io non sono al tappeto”, narrava la sua storia di ex pugile, che, a causa di un grave incidente (ed avendo tentato la sorte con alcune attività commerciali) era finito in cattive acque finanziarie: si sentiva tristemente solo, ed abbandonato da tutti, nonostante le sue ammirate gesta da tenace campione. Mi auguro con tutto il cuore che Giancarlo oggi stia bene, e che abbia superato momenti tanto difficili. Quella sorta di appello disperato mi commosse notevolmente, e confermò in me la convinzione che sovente non conta quanto tu sia stato (eventualmente) adulato, applaudito ed osannato , e non importa a nessuno di quante battaglie tu sia stato il coraggioso protagonista: ogni giorno dovrai faticosamente, e spesso ingiustamente, ricominciare a combattere.

Forza Giancarlo, se ci sei batti un colpo. Ma non troppo forte, per favore, che, anche a 68 anni, probabilmente mi faresti ancora tanto male.

 

 

 

Osservando le mie mani, ho visto granelli dei ricordi cadere tra le dita, uno dopo l’altro, e andare perduti per sempre. Con questo contenitore magari ne salverò qualcuno, per chi, in futuro, sarà interessato a capire cosa io fossi.

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