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28 Dic

Lo Stari Most, in Bosnia & Erzegovina

Pareva che i presenti trattenessero il fiato, nell’attesa che lui saltasse nel vuoto. Non vi era un solo rumore nell’aria, e tutti gli sguardi erano rivolti esclusivamente a lui. Un maldestro turista tedesco, arrivando di corsa, inciampò in uno dei gradoni: tutti si voltarono, ma solo per un attimo, e lo fulminarono con gli occhi, costringendolo a balbettare, con lo sguardo basso, un contrito “entschuldigung“, che la maggioranza nemmeno comprese. Faris, immobile sulla balaustra, fisico armonioso, e quello sguardo furbo che piace alle donne, lo aveva gratificato con un’occhiata distratta, tornando immediatamente a fissare l’orizzonte, per cercare un punto di riferimento, o forse un’ultima ispirazione. Mancavano pochi minuti all’orario stabilito, e, respirando profondamente, si rese conto ancora una volta di quanto adorava quel senso di vuoto, quell‘aria di attesa che aleggiava tra le persone che erano lì accorse solo per sfiorare il suo coraggio. Ancora qualche secondo, mosse i piedi sul lastrone di calcare, le campane suonarono, stese le braccia dritte innanzi a sè, pensò a sua madre e a suo padre, e, con perfetto stile, si librò nel vuoto.

Precipitò per 24 metri come una freccia, con una perpendicolare esatta, fin quando le fredde e verdi acque della Neretva lo abbracciarono, come facevano da quando era un bambino. Anche questa volta arrivò a toccare con le dita il fondo del fiume, e poi, finalmente, riemerse nel sole. Guardò sorridente verso l‘alto: il ponte era bianco, ed era proprio bellissimo, anche visto da là sotto. Fece un segno di saluto con il pollice verso l’alto, e poi un “ciao“ con la mano a tutte le persone che, terminata l’ansia, avevano ricominciato a respirare regolarmente, e gli stavano tributando un caloroso applauso.

Ventisette anni fa, nell’agosto del 1990, c’ero anch’io, sui 30 metri del ponte pedonale di Mostar, in Bosnia- Erzegovina, tra quelli che applaudirono il tuffo di Faris. Ero stato lì condotto da una sorta di volantino artigianale che preannunciava quel tuffo spettacolare nel fiume: mi aveva colpito molto, perchè ingegnosamente realizzato assemblando delle lettere ritagliate da diversi giornali, poi fotocopiato, ed infine attaccato con del nastro adesivo sui muri e sui pali del centro città.

 

 

Quel giorno a Mostar, la Stari Grad (la città vecchia), che avvolgeva lo Stari Most (il ponte vecchio), e la placida Neretva, era un fitto brulicare di bancarelle, e di ammiccanti venditori, più o meno truffaldini. Nell’aria calda e tersa, Helebija e Tara, le massiccie torri erette ai lati del ponte (chiamate anche Mostari“), e l’elegante moschea Koski Mehmed Pasha sembravano vigilare su ogni cosa, , mentre, dagli alti minareti, le chiamate alla preghiera dei muezzin contribuivano alla creazione di un‘atmosfera suggestiva.

Quel viaggio in Jugoslavia del 1990 incise un segno indelebile nel mio album dei ricordi. Fu un itinerario dritto verso il caldo agostano del profondo sud: partendo dalle grotte di Postumia, ai laghi di Plitvice, a Zara, alle cascate di Krk, alle isole Kornati, a Dubrovnik e Mostar, fino ad arrivare a Kotor, che dista dall’Albania solo una settantina di chilometri. Era un itinerario, percorso a bordo di una spartana Ford Fiesta rossa, lungo e periglioso (le strade non erano certo quelle di adesso). Ed era solo apparentemente disattento alle cattive notizie politiche di quel periodo, inerenti la disgregazione della Repubblica Iugoslava, causata delle pressioni separatiste e delle tensioni religiose

Infatti, proprio nel gennaio di quel 1990, i Croati e gli Sloveni disconobbero il Parlamento Nazionale, e poco dopo, in estate, i Serbi dichiararono la “Regione autonoma Serba della Krajina“, bloccando il passaggio alle auto dei turisti (e anche alla mia, sulla via del ritorno verso casa.) Poi, in un crescendo parossistico di contrasti, nel 1991 la Croazia dichiarò la propria indipendenza, iniziando di fatto una guerra civile. Nel 1992 fu seguita dalla Bosnia (la Slovenia aveva già provveduto), e ben presto iniziarono aspri conflitti di confine. Le comunità Musulmane e Serbe di Bosnia si schierarono alternativamente nelle diverse battaglie della cosiddetta “guerra Croato/Bosniaca“, fin quando l’HVO (il consiglio di Difesa Croato) iniziò l’assedio di Mostar, che culminò nel bombardamento del 9 novembre 1993. Quel triste giorno, l’eccezionale ponte pedonale ottomano, commissionato dal Sultano Solimano il Magnifico nel 1557, venne ripetutamente bombardato, ed infine abbattuto, senza alcun rispetto.

Non vantava alcun interesse strategico: venne distrutto solo perchè era una parte fortemente simbolica ed integrante della cultura bosniaca: per fiaccare il morale dei nemici, si distrusse un pezzo di storia, ed un’opera d’arte. Ecco il triste video:

 

 

 

 

Molti anni dopo il ponte vecchio, incluso recentemente nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità, venne ricostruito sotto l’egida dell’UNESCO, e riaperto al pubblico, precisamente il giorno 22 luglio 2004.

 Le sue 1.088 pietre vennero lavorate secondo le originali tecniche medievali, e, chi non abbia avuto la fortuna di vedere il ponte originale, potrebbe pensare che la somiglianza tra i due sia veramente notevole.

 Dal 2015 la tradizione dei tuffi dal ponte, che proseguiva fin dal 1664, e alla quale avevo assistito, è stata “acquistata”, sponsorizzata, e infine trasmessa regolarmente in televisione, entrando nel circuito mondiale delle “Red Bull Cliff Diving World Series”. In parole semplici, commercializzata.

 Io, mentre, negli anni ’90, guardavo con dolore i bombardamenti al telegiornale, mentre in seguito mi tenevo informato sulle sorti di Mostar, e mentre in questi giorni scrivevo questo pezzo, non potevo fare a meno di pensare: ma adesso, in questo preciso momento, dove sarà, e cosa farà, Faris, il tuffatore dallo sguardo furbetto che piaceva alle donne?

 Io spero sia vivo, che stia bene, e che abbia insegnato ai suoi bambini ad ascoltare attentamente il suono dell’attesa, a fissare l’orizzonte a testa alta, a nuotare in acque pulite, e, soprattutto, a tuffarsi sempre nel vuoto delle proprie paure.

Con ostinazione mi arrocco culturalmente in zona mediana, disorientato tra Shakespeare e Antonio de Curtis, risolvendo il dubbio amletico “essere, o non essere” con un perentorio “modestamente, io essi”.

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