La spiaggia di Beauduc in Camargue è bella, e impossibile. Bisogna fortemente desiderarla, e bisogna conquistarla. Per raggiungerla, si è obbligati a percorrere circa 14 chilometri (partendo dal paese di Salin de Giraud), guidando per quasi un’ora, su una stradina, sterrata e strettissima, che attraversa una palude. Ma ne vale assolutamente la pena: è un’esperienza da provare. Terminata la fatica della guida, ci si rilassa, si respira, e ci si immerge in un paesaggio sconfinato. Un luogo da fine del mondo, una spiaggia immensa, tra cielo e mare, dove è addirittura complicato definire dove finisca la terra, e dove inizi l’acqua. Il continuo movimento delle maree, e le perenni raffiche di vento, creano piccole isolette e grandi stagni, che durano spesso solo una giornata. Nessuna traccia di asfalto, niente cemento, nessun accenno di civiltà: solo sabbia, acqua, cielo, e vento.
Eppure, incredibile a dirsi, molti anni fa, in questo paradiso isolato, sorgeva, ben nascosto dalle dune, uno strano villaggio precario, completamente abusivo e inventato dal nulla, fatto di capanne di legno, autobus in pensione, roulotte troppo stanche per viaggiare e altre strane dimore, realizzate con vecchi pannelli pubblicitari.
La storia di questo villaggio risale al primo dopoguerra, quando, negli anni ’50, le originarie capanne in legno e paglia dei pescatori iniziarono ad essere utilizzate da estemporanei vacanzieri giornalieri. Con il passare degli anni, si sparse la voce di tanta incontaminata bellezza: i vacanzieri aumentarono, e allungarono i loro soggiorni presso quel paradiso naturale. Le dimore abusive presero l’aspetto “naif” sopra descritto, diventando, negli anni ’60, circa duecento unità. Sorsero addirittura nuovi “quartieri” (Beauduc plage e Beauduc Nord) e il “villaggio” raggiunse l’apice della sua popolarità francese.
Anche grazie al perfetto melting pot di razze, religioni, culture, usi, costumi e tradizioni, soggiornare a Beauduc diventò un’esperienza artistica: erano infatti moltissimi i “residenti”, anche stranieri, che praticavano la pittura, la scultura, la poesia e la musica. Sorsero ben due ristoranti, rigorosamente allestiti con materiale di recupero, che offrivano squisite grigliate di pesce pescato in loco. Si trattava di una comunità organizzata ed autonoma, che, senza acqua potabile, né servizi, abusivamente insediata su terreno demaniale e incurante delle Leggi Nazionali, viveva in perfetta anarchia. Bimbi che, in totale libertà, crescevano, in simbiosi con la natura, seguendo i ritmi del sole, uomini e donne che pescavano sogliole e branzini, organizzando barbecue comuni, aperti a tutti. Ognuno metteva entusiasticamente a disposizione della comunità le proprie competenze: chi si adoperava come cuoco, chi come meccanico, chi come falegname. Un ritorno alla vita selvaggia: per molti di loro, in effetti, era l’unica vita desiderabile.
Durante la seconda metà degli anni ’90, Beauduc venne scoperta dal mondo intero, e, purtroppo, anche dal “Jet Set”. Presso il ristorante “Chez Juju” si potevano incontrare modelle e stilisti, attrici e registi. Qui pranzarono Roman Polanski e Jack Nicholson, che scattarono alcune fotografie, che apparvero sulle riviste internazionali di gossip. Inevitabilmente, ed inesorabilmente, l’utopia anarchica, selvaggia e libertaria di Beauduc iniziò ad incrinarsi. Le autorità francesi furono costrette ad intervenire su un fenomeno che ormai era divenuto scomodamente ampio, e sotto gli occhi del mondo.
All’alba del 30 novembre 2004, la Gendarmerie arrivò in assetto da battaglia sulla spiaggia, arrivò con le ruspe e tutto il resto. Una ventina di capanni furono immediatamente rasi al suolo, tra i quali i ristoranti “Chez Juju” e “Chez Marc et Mireille”. Nei mesi a seguire aumentarono i controlli capillari, e continuarono gli abbattimenti. I finti chalet svizzeri, le capanne con le pareti di conchiglie e le coloratissime cascine provenzali, che avevano rispecchiato l’anima dei loro abitanti, sparirono poco a poco, per lasciare solo sabbia.
La distruzione del villaggio non ha comunque decretato la morte dell’anima profonda e indipendente di Beauduc: arrivando qui, ho respirato forte, ed ho sentito distintamente un’incredibile aria di libertà: ho provato la sensazione di essere isolato dal mondo, ma al centro dell’Universo.
Lo spirito libero, indipendente, artistico e anticonformista si sente ancora forte nel vento, tra le dune di Beauduc……
Osservando le mie mani, ho visto granelli dei ricordi cadere tra le dita, uno dopo l’altro, e andare perduti per sempre. Con questo contenitore magari ne salverò qualcuno, per chi, in futuro, sarà interessato a capire cosa io fossi.










Roberto
A metà degli anni ’80 frequentavo Chez JuJu .
Straordinari rombi cotti sul carbone con il finocchio e flambati col pastis.
Poi telline al aioli che ti facevano le labbra viola.
Passeggiate (quasi) solitarie lunghissime poi distesi sulla sabbia, con il mare, al sole caldo ed accogliente della natura e della anarchia.
Stefano Butera
Grazie Roberto, per questa preziosa e poetica testimonianza, che ha incrementato a dismisura la mia voglia di sapere tutto, di quella magnifica esperienza.
Anche io ne ho un ricordo splendido.
giovanni monfrino
buongiorno, sono finito qui a Beauduc in cerca di spot per windurf.
Ho letto il suo post e mi incuriosisce molto capire come si ricavassero l’acqua (dolce) da bere quelli che vivevano a Beauduc nella comunità.
In caso qualcuno lo sapesse potrebbe scrivermelo via email o whatsapp? Grazie
3474233749
gmonfrino©gmail.com
Stefano Butera
Buongiorno Giovanni, la domanda è molto interessante.
Trattandosi degli anni ’60, presumo (ma non ne ho la certezza) che portassero l’acqua da bere e per cucinare su furgoni, utilizzando grandi recipienti.
L’acqua per i servizi igienici, le pulizie di oggetti e le docce forse poteva essere quella marina.
PS: Parallelamente, gli hippies che vivevano nelle caverne di Matala (vedi altro articolo) avranno avuto lo stesso problema?
Grazie per l’interessante domanda.
Luca
Buongiorno siamo Anna e Luca.
A metà degli anni ottanta abbiamo cenato anche noi da Ju Ju. Ambiente incredibile, disponibili solo, si fa per dire, le famose telline o arselle della spiaggia grandi quasi come cozze, branzino e gamberoni. Il jet set non c’era ancora arrivato e il villaggio anarchico era tutto in piedi. Per arrivarci fu in avventura. Bellissimo ricordo e fantastica serata gitana.
Stefano Butera
Grazie Luca e grazie Anna.
Siamo accomunati nel ricordo di un posto incredibile, collocato ai confini della realtà, soprattutto in questa epoca moderna.
Sono felice di averlo visto almeno una volta nella vita.
Grazie ancora !!